Giovedì 9 Febbraio 2023
titolo convegno
Fondazione Migrantes
 Giornata Mondiale delle Migrazioni 2012 - Primo piano - Una pastorale migratoria per una Chiesa "differente" 
Una pastorale migratoria per una Chiesa "differente"   versione testuale
Mons. Giancarlo Perego, Direttore generale Migrantes
L' urgenza di promuovere con nuova forza e rinnovate modalità l'evangelizzazione oggi è favorita dalle migrazioni, che "hanno abbattuto le frontiere" e favorito l'incontro. Questa coniugazione stretta tra migrazioni e nuova evangelizzazione è il tema centrale del Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2012 che sarà celebrata in tutte le parrocchie italiane il prossimo 15 gennaio 2012.
Quale Chiesa evangelizza nuovamente
Quale Chiesa evangelizza ed educa oggi?
Il Documento dopo Verona, al centro del decennio ‘Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia’, lo ha ricordato. è “il volto di una comunità che vuol essere sempre più capace di intense relazioni umane, costruita intorno alla domenica, forte delle sue membra in apparenza più deboli, luogo di dialogo e d’incontro per le diverse generazioni, spazio in cui tutti hanno cittadinanza. La scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili” (CEI, Rigenerati per una speranza viva, n. 12).
Da chi partire?
La centralità dell’attenzione ai poveri, degli esclusi nel senso più ampio del termine: economica, sociale, culturale. Le nuove fragilità sono un luogo di missionarietà. Anche la mobilità è una forma pesante di fragilità.
è sempre il documento Dopo Verona a ricordarlo. “In un’epoca che coltiva il mito dell’efficienza fisica e di una libertà svincolata da ogni limite, le molteplici espressioni della fragilità umana sono spesso nascoste ma nient’affatto superate. Il loro riconoscimento, scevro da ostentazioni ipocrite, è il punto di partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà relazionale. Se l’esperienza della fragilità mette in luce la precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza del fatto che l’uomo è una creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo, infatti, ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato a noi nel Mistero pasquale. All’annuncio evangelico si accompagna l’opera dei credenti, impegnati ad adattare i percorsi educativi, a potenziare la cooperazione e la solidarietà, a diffondere una cultura e una prassi di accoglienza della vita, a denunciare le ingiustizie sociali, a curare la formazione del volontariato. Le diverse esperienze di evangelizzazione della fragilità umana, anche grazie all’apporto dei consacrati e dei diaconi permanenti, danno forma a un ricco patrimonio di umanità e di condivisione, che esprime la fantasia della carità e la sollecitudine della Chiesa verso ogni uomo” (CEI, Rigenerati per una speranza viva, n. 10).
 
 
Il profilo della missione oggi in Italia si delinea attorno ad un termine che qualifica anche il laico oggi: testimone. Nel testimone fede e opere viaggiano insieme, così come viaggiano insieme evangelizzazione e testimonianza. Paolo VI, nell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1975), uno dei documenti più importanti e discussi del suo Pontificato[1], di fronte a opposte tendenze di chi riduceva l’evangelizzazione alla promozione umana - cadendo in una ‘nuova secolarizzazione’ - e di chi escludeva la promozione umana dall’evangelizzazione, affermava che tra evangelizzazione e promozione umana esistono legami profondi.
Al n. 24 del documento, Paolo VI arriverà a scrivere che “l’evangelizzazione è un processo complesso e dagli elementi vari: rinnovamento dell’umanità, testimonianza, annuncio esplicito, adesione del cuore, ingresso nella comunità, accoglienza dei segni, iniziative di apostolato”.
Luogo dell’evangelizzazione è la Chiesa: compito fondamentale della Chiesa è l’evangelizzazione. La Chiesa assolve al compito dell’evangelizzazione nella misura in cui “ascolta di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore” (EN n. 15). Fede, speranza e carità non sono solo le ‘virtù’ del singolo credente, ma anche le ‘virtù’ di una Chiesa che evangelizza oggi.
In forza di questa visione complementare, dinamica dell’evangelizzazione della Chiesa e nella Chiesa, Paolo VI arriva ad affermare che la prima forma di annuncio è la testimonianza. In un mondo ricco di messaggi, in parole e immagini, che talora disorientano, scandalizzano, l’uomo cerca “più volentieri i testimoni che i maestri… o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (EN n. 41).
La Chiesa che evangelizza è una Chiesa di “testimoni”, di “testimonianze”: di “profeti” e di “segni” che incarnano in maniera nuova una cultura e dei tempi.
La Chiesa della testimonianza è una Chiesa che “ascolta e custodisce la Parola e la confronta con le parole degli uomini, che custodisce e ascolta”. Continuamente: è il duplice primato: il Primato della Parola e la scelta preferenziale dei poveri. è il senso dell’osmosi, del legame stretto tra liturgia, catechesi e carità.
La Chiesa che testimonia è una Chiesa che osserva e valuta, ragiona sulle tragedie e sulle possibilità umane per costruire un futuro, per sperare.
La Chiesa che testimonia è una Chiesa che riascolta, nelle parole e nei gesti di Gesù, una storia d’amore e la traduce in una storia di comunione fraterna, sempre in maniera originale.
La Chiesa che testimonia è una Chiesa che educa non solo attraverso l’insegnamento di verità, ma anche attraverso percorsi di stili di vita, che cercano nuove relazioni, legami e affetti.
“Disporci all’evangelizzazione” - come ci hanno ricordato i Vescovi al primo numero del documento sulla parrocchia - in quest’ottica ‘integrale’ sembra ancora essere “la questione cruciale della Chiesa in Italia oggi”. Nella nota dopo Verona si legge che “La vocazione laicale, in modo particolare è chiamata oggi a sprigionare le sue potenzialità nell’annuncio del Vangelo e nell’animazione cristiana della società… per questo diventa essenziale ‘accelerare l’ora dei laici’, rilanciandone l’impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione” (CEI, Rigenerati per una speranza viva, n. 26).
Nuova evangelizzazione e migrazioni
Una nuova evangelizzazione, intesa come “riaccendere in noi lo slancio delle origini”, “nuova proclamazione del messaggio di Gesù, che infonde gioia e ci libera”2] chiede nuovi operatori, rinnovate strutture, un nuovo modo di comunicare che aiuti a superare “contrapposizioni e nazionalismi” e ogni forma parallela di pastorale migratoria. In Italia la nuova evangelizzazione invita a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici “differenti” per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe. Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno costituito e costituito un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, costituite soprattutto da giovani, sono risorse importanti per comunicare il Vangelo, ma soprattutto per viverlo in contesti diversi.
Le note dell’apostolicità e della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni un luogo fondamentale di espressività. In questo senso le migrazioni sono - ricorda il Papa - “un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”, un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre comunità significa perdere persone importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con “nuove progettualità politiche, economiche e sociali”. Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali - le categorie di migranti che Benedetto XVI ricorda nel Messaggio - sono tre luoghi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia, “evitando forme di discriminazione”, favorendo “il rispetto della dignità di ogni persona, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”. Occorre evitare il rischio - che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia italiana - che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti “di non riconoscersi più come parte della Chiesa” - dice il Papa.
Da una società differente a una Chiesa ‘differente’?
La prospettiva ecclesiologica della nuova evangelizzazione sembra essere quella di una ‘Chiesa differente’. Riprendendo alcuni spunti del volume di Enzo Bianchi, La differenza cristiana (Torino, Einaudi, 2006), possiamo affermare che il tema e l’esperienza della comunione ecclesiale come realtà articolata e plurale è la base per costruire il rispetto e la promozione di un universalismo differenziato anche nei rapporti con le culture e le tradizioni religiose presenti oggi sul nostro territorio. Il fenomeno della globalizzazione e della mobilità crescente mentre favorisce nuove (e fino a ieri insospettate) possibilità di scambio tra i popoli, alimenta pesanti conflittualità, dovute alla presenza di tradizioni e di costumi diversi, talora radicalmente alternativi. L’odierna società multiculturale e multireligiosa stenta a trovare la strada di un confronto pacifico e arricchente; prevale la paura del «diverso», considerato come un potenziale attentatore della propria identità (soprattutto se debole) o, inversamente, l’atteggiamento della «sfida», nel caso in cui si vanti un’identità totalizzante, caratterizzata dalla tendenza a imporre la propria visione religiosa o ideologica agli altri.
Di fronte a questa situazione, in cui è forte la tentazione della chiusura, sono fondamentali atteggiamenti ispirati all’ascolto, all’accoglienza e alla ospitalità nei confronti dello «straniero», superando tanto il modello dell’assimilazione che nega la differenza, quanto quello della tolleranza che mantiene la distanza, e promuovendo una forma di integrazione, che si sforzi di trasformare la multiculturalità e la multireligiosità in interculturalità e in interreligiosità. In questo senso, la costruzione di una Chiesa differente diventa un percorso educativo, non unilaterale, che dalle relazioni personali e sociali passa alle relazioni ecclesiali.
 


[1] L’esortazione apostolica di Paolo VI ‘Evangelii nuntiandi’. Storia, contenuti, ricezione, Brescia-Roma, Studium, 1998.
[2] Sinodo dei Vescovi, La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, Roma, Lev, 2011, n. 24.
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